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La COP28 può fare importanti progressi sul cambiamento climatico. Ma lo farà realmente?

MILANO – La Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (COP28) si è aperta quest’anno a Dubai. A seconda di chi viene interpellato, le prospettive variano da un forte pessimismo a un cauto ottimismo. Ma c’è una cosa sulla quale concordano tutti: un’ azione efficace contro il clima è più urgente che mai.

Questo senso di urgenza condiviso nell’ambito di COP28 è essenziale. Alla conferenza sono attesi circa 70,000 parteipanti, tra cui rappresentanti di tutti i membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico e diverse altre parti interessate come leader aziendali e scienziati del clima. La presenza di un gruppo così vasto e diversificato potrebbe sembrare un intralcio, tuttavia un impegno allargato, in forte aumento negli ultimi anni, è essenziale per ottenere dei progressi. Un’azione globale impegnata a tutti i livelli del governo, dell’economia, della società è infatti necessaria per contrastare una sfida così complessa e multisfaccettata e dovrebbe, similarmente, essere incoraggiata da una consapevolezza crescente rispetto all’imminente scadenza del tempo necessario per agire.

Se da un lato un’azione ad ampio raggio è fondamentale, dall’altro solo pochi attori chiave hanno il potere per generare una riduzione radicale delle emissioni globali. Più del 60% di tutte le emissioni di gas serra vengono infatti prodotte esclusivamente da sei economie: Cina, Stati Uniti, India, Unione europea, Russia e Brasile (in ordine di emissioni totali emesse). Questi paesi devono pertanto avere un ruolo di leadership non solo nel ridurre le proprie emissioni, ma anche nel portare avanti lo sviluppo e la diffusione delle energie rinnovabili e di altre tecnologie necessarie alla transizione energetica globale.

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